L’impronta ecologica

La conservazione fa parte del cammino verso lo sviluppo sostenibile, è necessario essere in grado non solo di definire, ma anche di misurare i vari aspetti della sostenibilità: i limiti che ci impone la natura, il nostro impatto su di essa e la nostra qualità della vita. Gli indicatori ambientali, sociali, economici, di sostenibilità, settoriali, aggregati, consentono oggi di fornire informazioni sempre più tempestive, accessibili e affidabili.

Uno di questi metodi di misurazione è l’impronta ecologica, che misura la porzione di territorio sia essa terra o acqua, di cui una popolazione necessita per produrre in maniera sostenibile tutte le risorse che consuma e per smaltirne i rifiuti. L’indice è stato elaborato a cavallo tra gli anni 80 e i 90, da parte dell’ecologo William Rees dell’Università della British Columbia in Canada e dai suoi collaboratori, primo fra tutti Mathis Wackernagel, che oggi è divenuto il maggiore esperto e divulgatore internazionale di questo metodo di valutazione.

L’analisi dell’impronta ecologica mira al superamento di alcuni problemi relativi alla valutazione della capacità di carico (la carrying capacity) della specie umana, capovolgendo completamente la domanda tradizionale: invece di chiedersi quante persone può sopportare la Terra, il metodo dell’impronta si chiede quanta terra ciascuna persona richiede per essere supportata. Diventa fondamentale prendere in considerazione non solo il numero delle persone ma anche le tipologie di produzione e i modelli di consumo.

I calcoli dell’impronta ecologica si basano sulla possibilità di stimare, con ragionevole accuratezza, le risorse che consumiamo e i rifiuti che produciamo, e sulla possibilità che questi flussi di risorse e di rifiuti possano essere convertiti in una equivalente area biologicamente produttiva, necessaria a garantire queste funzioni. Se lo spazio bioproduttivo richiesto è maggiore di quello disponibile, significa che il tasso dei consumi non è più sostenibile. Grazie anche a questi metodi di misurazione cresce la consapevolezza che il nostro impatto sui sistemi naturali è ormai giunto a livelli di allarme, e mette in guardia da una probabile irreversibilità.

Nonostante aumenti la sensibilizzazione di base sui problemi ambientali e sulle loro connessioni sociali ed economiche, non sembra contemporaneamente crescere un impegno diretto dei singoli individui nel modificare il proprio impatto sulle risorse della Terra. Nel 1997, in occasione del vertice a Rio de Janeiro dedicato a riflettere su cosa fosse avvenuto cinque anni dopo il grande Summit della Terra promosso dall’Onu, tenutosi nel giugno 1992, Wackernagel ha predisposto con altri sei collaboratori un ampio lavoro dedicato al calcolo delle impronte ecologiche di 52 Paesi del mondo che ospitano l’80% della popolazione mondiale e il 95% del prodotto interno mondiale.

Wackernagel e il suo gruppo hanno poi ulteriormente aggiornato i dati sulle impronte dei vari Paesi, ampliandoli a tutte le nazioni del mondo e pubblicandoli, per la prima volta, nel rapporto Living Planet Report 2000 (.pdf) del WWF che è stato aggiornato nel Living Planet Report 2002. In questo lavoro, per la prima volta, è stata realizzata un’analisi del trend dell’impronta ecologica della popolazione a livello mondiale dal 1961 al 1999, dimostrando che essa è aumentata di circa l’80%. In pratica, è come se utilizzassimo la produttività biologica totale calcolata nell’impronta ecologica di più di 1,2 pianeti Terra.